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L'Europa e le sue famiglie politiche. Conversazione con Benedetto Ligorio

13-03-2024 14:19

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L'Europa e le sue famiglie politiche. Conversazione con Benedetto Ligorio

Intervista di Alessandro Mauriello al giovane ricercatore in Storia moderna alla Sapienza di Roma

Sul tema delle famiglie politiche europee, pubblichiamo una interessante intervista di Alessandro Mauriello a Benedetto Ligorio, giovane ricercatore di Storia moderna al Dipartimento di Filosofia della Sapienza di Roma.

 

1. Gentile dottor Ligorio,  quali sono le figure che hanno più impattato nel processo di costruzione europea?
Innanzitutto una nota metodologica. Poiché come diceva il partigiano e storico francese laico Marc Bloch, la cronologia è l’ossatura della storia. Occorre distinguere due fasi: quella di costruzione ideale dell’identità europea che si muove nell’Età moderna e che trae linfa nel nostro Rinascimento dove si europeizzano le radici classiche ovvero la cultura ellenico-latina d’Europa e il suo contributo allo sviluppo di quelle slave e germaniche. Poi certamente l’illuminismo apportatore di quei valori di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza che furono vettorializzati dalla rivoluzione francese e successivamente dalla Comune di Parigi.
Il romanticismo con il risveglio delle coscienze dei popoli d’Europa nei risorgimenti nazionali, si pensi ai processi di unificazione italiana e di quella tedesca, alle istanze di autodeterminazione dei popoli balcanici. Con tutte le influenze che questi processi determinarono, si pensi al manifestarsi delle lotte d’indipendenza dei popoli americani, gli Stati Uniti, Haiti, il Messico, il Cile, la Bolivia, l’Argentina, il Brasile, Cuba. Moti quelli europei e ovviamente quelli internazionali che furono rossi perché avevano una forte propulsione sociale e che solo successivamente sono stati spesso travisati dai nazionalismi e dagli identitarismi. È triste un globalismo acritico, da burocrati del particolare interesse, che ignora e spesso non ha le minime competenze storiche per comprendere l’internazionalismo.
Si pensi alla circolazione e alle reti relazionali europee e internazionali dei fautori e delle fautrici di questi momenti di cambiamento repentino della società, che erano tra loro collegati progressivamente nello spazio, di Stato in Stato, e nel tempo, di generazione in generazione. Occorre una mentalità e un’indagine storica e politica internazionale, che non può essere acriticamente globalista bensì internazionalista per cogliere la portata del ruolo e dell’apporto ideale e materiale che fornirono i moti europei al resto del mondo.
Vorrei ricordare alcuni nomi fondamentali: Denis Diderot, François-Noël Babeuf, Montesquieu, Louis Antoine de Saint-Just, Jean-Jacques Rousseau, Maximilien de Robespierre, Victor Hugo, Jean-Paul Marat. Per l’Italia Gian Battista Vico, Ferdinando Galiani, i fratelli Verri, Francesco Mario Pagano, Cesare Beccaria. Più tardi si aggiunsero i
grandi pilastri tra pensiero e rivoluzione: Friedrich Engels, Karl Marx, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Friedrich Adolph Sorge. Ma potremmo annoverare sicuramente tutti i membri della prima “Associazione Internazionale dei Lavoratori”, è lì che si pianifica nella direzione giusta un’Europa dei popoli al di sopra delle distinzioni religiose ed etniche che poneva l’eguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani come fondamento dell’idea di società laica. 

Non possiamo poi dimenticare l’apporto della femminista britannica Mary Wollstonecraft, delle russo-italiane Anna Kulishoff e la pugliese Olimpiada Kutuzova-Cafiero, dell’irlandese Constance Markievicz del Sinn Féin, e soprattutto della martire spartachista polacco-tedesca Rosa Luxemburg assassinata come anche il tedesco Karl Liebknecht dai nazionalisti.
In secondo luogo, occorre considerare come l’Unione Europea si va configurando oggi. In tal caso occorre partire dal 9 maggio Festa d’Europa. Una data storica che ricade nell’anniversario della sconfitta del nazismo e ricorda la dichiarazione di Schuman e che
vede l’Italia tra i Paesi fondatori d’Europa. Tra i tanti due sono i passaggi fondamentali della dichiarazione di Schuman che hanno grande attualità contro l’idea di “Europa fortezza” ovvero escludente delle alterità, che purtroppo provengono da ambienti refrattari
al progresso. “L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” È una dichiarazione fondamentale perché pone i presupposti di una costante espansione dell’Unione, come è poi avvenuto con l’allargamento prima alla Gran Bretagna, e in tal senso fu fondamentale l’impegno dei Laburisti di Harold Wilson, e all’Irlanda nel 1973 successivamente ai Paesi che si erano liberati dai regimi autoritari nazionalisti, fortemente
ostili a ogni forma di libertà e di organizzazione dei lavoratori: nel 1981 la Grecia liberatasi dalla dittatura militare di destra dei colonnelli, nel 1986 entrano in Europa la Spagna liberatasi precedentemente dal regime del dittatore nazionalista di destra Franco, il Portogallo liberatosi precedentemente dai nazionalisti del dittatore di destra Salazar.
Superata la logica della divisione in blocchi, frutto degli equilibri sanciti nel 1945 a Jalta tra Winston Churchill, Iosif Stalin e Franklin Delano Roosevelt (e ricordiamo il grande ruolo di mediazione del presidente statunitense Roosevelt nel mitigare le tendenze reazionarie di Churchill che non tenevano conto dell’enorme sacrificio dei popoli dell’Est Europa nel respingere il nazismo), furono proprio i Paesi del Patto di Varsavia i primi a rimuovere le frontiere che dividevano l’Europa e ad aderire all’Unione nel 2004 insieme alla Slovenia che veniva da una storia diversa, quella della Federazione Socialista di Jugoslavia, la vicina Malta, Cipro che è l’avanguardia d’Europa nel Mediterraneo orientale, oggi purtroppo scosso da terribili conflitti nazionalistici, e le tre repubbliche Baltiche, già ex repubbliche sovietiche: Lituania, Lettonia ed Estonia. Nel 2007 congiuntamente la Bulgaria e la Romania, infine nel 2013 la Repubblica di Croazia. E progressivamente cadono le barriere europee di Schengen, perché non possono esserci, e deve essere chiaro, europei di serie A e di serie B. Un processo espansivo che, rispecchia la dichiarazione di Schuman, e che è ancora incompleto e che vede l’approssimarsi di Albania, la Moldavia, la Georgia, gli altri Paesi della ex Jugoslavia: Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Macedonia, Montenegro e almeno altri tre Repubbliche dell’ex Unione Sovietica: Georgia, Moldavia, Ucraina.
C’è poi un altro passaggio fondamentale della dichiarazione di Schuman che spesso non viene citato: “Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l'anno una relazione pubblica per l'ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.”  Non si tratta di una questione meramente tecnica, bensì di una precisa impostazione l’Europa vede e riconosce nella dichiarazione di Schuman come suo interlocutore al quale rendere conto direttamente ad un piano più alto l’ONU e su un’impostazione ben precisa: quella delle finalità pacifiche dell’Europa.
Oltre al ministro degli esteri francesi Schuman, dovremmo ricordare un caposaldo dell’idea d’Europa: il manifesto di Ventotene. Del dirigente di Giustizia e Libertà Ernesto Rossi, del partigiano socialista Eugenio Colorni e di Altiero Spinelli eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano. E inoltre il pugliese Gaetano Salvemini, maestro di Carlo Rosselli, e che era profondamente stimato da Antonio Gramsci, sardo, una delle menti più illustri d’Italia nel mondo.
Dovremmo annoverare tra i fautori dell’Europa da un lato la lungimiranza di John Fitzgerald Kennedy negli anni ‘60 e soprattutto il presidente sovietico che vedeva una casa comune nell’Europa senza rinunciare ai valori del socialismo: Michail Sergeevič Gorbačëv.


2. E quelle del socialismo europeo?
Dovremmo partire da lontano: il socialismo europeo attuale è il frutto di un ricongiungimento tra i partiti socialisti rinnovati, i partiti laburisti (comprensivi delle varie varianti del socialismo e del tradeunionismo) e i partiti comunisti ritornati ad essere partiti socialdemocratici dopo gli anni 90 ovvero quasi tutti i partiti dell’Est Europa che seguirono l’esempio del PCI divenuto PDS per essere forza di governo, dopo che la democrazia cristiana era stata travolta dagli scandali e da tangentopoli. Difatti il socialismo europeo come lo conosciamo oggi si ricostruisce nel 1992 in un clima di superamento dei blocchi geopolitici e in contrapposizione all’idea di un’Europa divisa e di tendenze suprematiste.
Per verità storica che spesso si dimentica ci sono tre firme italiane nel documento di nascita del socialismo europeo tra le quali quella dell’ultimo segretario del PCI e primo segretario del PDS e Achille Occhetto. Dunque tra gli antesignani del socialismo europeo
attuale dobbiamo ricordare l’esempio dell’Eurocomunismo del segretario del PCI Enrico Berlinguer, del francese Georges Marchais per il PCF e dello spagnolo Santiago Carrillo per il PCE. Furono loro a porre i presupposti di un cammino socialista per l’Europa accanto ai laburisti e ai socialdemocratici tedeschi. E fu proprio il legame privilegiato tra il PCI e la SPD a determinare il successo dell’idea pluralistica e della via italiana al socialismo già tracciata da Gramsci e Togliatti. Se osserviamo con attenzione la mappa delle relazioni internazionali del PCI di Berlinguer si dipana una rete europea e internazionale che già superava e unificava quelli che erano i due blocchi geopolitici. E che prevedeva un sistema di dialogo non solo con Stati Uniti e Unione sovietica ma anche con la Jugoslavia non allineata a guida del socialismo terzomondista e con la Francia, che in politica estera conservava posizioni di forte autonomia e che in politica interna era lungi da piani di privatizzazioni delle strutture pubbliche. Erano probabilmente Berlinguer, Carrillo e Marchais a spaventare quelle vecchi élite attestate su posizioni conservatrici che temevano il fattore K. In tal senso Berlinguer è sicuramente da annoverare tra i migliori leader del pantheon del socialismo europeo.
Ma non dobbiamo dimenticare quell’idea di socialismo nei paesi dell’Est Europa che fu schiacciata dalla repressione. Il socialismo operaista di Imre Nagy e György Lukács, quest’ultimo, straordinario filosofo, studioso laico dei testi fondamentali del socialismo, della cultura europea, della letteratura tedesca, i cui testi e il cui archivio sono minacciati dall’involuzione culturale in atto in Ungheria. Così come occorre ricordare l’operato del sindacalista della CGIL Giuseppe di Vittorio, pugliese, che da comunista di minoranza contestò la soppressione della via ungherese al socialismo di Nagy e Lukács. Lo stesso vale per la primavera di Praga, la via gentile al socialismo cecoslovacco di Alexander Dubček, un percorso soppresso dai rigurgiti dello stalinismo, (ala destra e conservatrice del partito comunista sovietico) che non prevedevano vie di assimilazione al modello democratico nei paesi alleati. Il socialismo del nuovo corso di Dubček fu come sappiamo soppresso nel sangue e non poté esprimere a pieno le proprie potenzialità, ma Praga restò la capitale del movimento studentesco europeo, che nell’Unione Internazionale degli Studenti vedeva confluire i giovani provenienti da entrambi i blocchi geopolitici in piena guerra fredda (cosa curiosa, da alcuni documenti in Vaticano sappiamo l’inquisizione si espresse per non interferire con le attività dell’organizzazione), lì nell’incontro tra le istanze progressiste nelle università si coltivava il cambiamento che non poteva essere contrastato.
Vicenda simile in Polonia, Paese di raffinata cultura laica, che già in letteratura dava i suoi segni di un socialismo marcatamente orientato al futuro tecnologico secolarizzante in Stanislav Lem. Nel caso del socialismo polacco l’opera del riformista Edward Gierek,
partigiano in Belgio e leader del partito operaio polacco che aveva sostituito il repressivo Gomulka resosi responsabile della repressione del movimento studentesco, fu incatenata dal grigio apparato refrattario ai cambiamenti. Certamente a questi grandi esponenti del
socialismo dell’Est e dell’Eurocomunismo dell’Ovest vanno aggiunti i leader dei socialisti che convergevano dei vari fronti popolari in Italia occorre ricordare l’italiano Nenni che costruì il temuto fronte popolare insieme Palmiro Togliatti che spaventava la democrazia cristiana. E l’indimenticato partigiano e presidente della Repubblica italiana socialista Sandro Pertini che da antifascista scontò il carcere con il perseguitato politico e deputato comunista Antonio Gramsci a Turi di Bari (vittime entrambi del fascismo che aveva assassinato prima il deputato pugliese Giuseppe di Vagno e poi il deputato Giacomo Matteotti), e che fu poi sempre vicino a Enrico Berlinguer. Indimenticabile la sua foto al feretro del leader indiscusso del vasto popolo dei progressisti italiani.

 

3. Cosa hanno rappresentato Olof Palme e Delors?
Una pagina stupenda nella storia del socialismo è proprio quella delineata per il socialismo scandinavo di Olaf Palme, svedese, socialdemocratico, fermamente pacifista, si oppose fieramente alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam, al golpe dei nazionalisti del dittatore Pinochet contro il socialista Allende, alle politiche di segregazione etnica e di apartheid in Sud Africa, dialogò con Fidel Castro, aveva la capacità di comprendere le istanze del
terzomondismo e di unirle a quelle di una socialdemocrazia di stampo europeo. Propugnò una politica di difesa delle aziende di stato, il rispetto dei diritti civili e della libertà di pensiero dell’individuo, di centralizzazione del sistema pubblico, un sistema di cogestione
delle imprese, il dialogo costruttivo con i sindacati, ma per la verità non ebbe la possibilità di realizzare pienamente il suo grande progetto di riforma. Fu assassinato da mano ignota ma di probabilmente di trama nera, in un caso irrisolto, tre colpi di pistola alla schiena. I vigliacchi colpiscono sempre alla spalle. A Palme è dedicata una fondazione, parte dell’enorme network delle Fondazioni progressiste in Europa.
Jacques Delors è stato un socialista francese, fedele ai valori cardine e fondativi del socialismo, alcuni studiosi più colti lo conoscono con il suo pseudonimo: Roger Jacques. Promosse nazionalizzazioni, collaborò con il Club Jean-Moulin. Le sue idee passano spesso in secondo piano rispetto al ruolo che ha avuto nella costruzione della moneta unica europea, che è un pilastro irrinunciabile d’Europa. Occorre ricordare accanto al ruolo di costruttore finanziario dell’Europa anche quello di ideologo, il suo impegno per l’Europa sociale e per la formazione, libera eguale e gratuita confluisce in un’idea di Europa che dal punto di vista teorico si delinea pienamente socialista. Non dobbiamo dimenticare anche François Mitterrand, un socialista che non può essere cancellato dalla storia d’Europa, che ebbe un grande ruolo di modernizzazione e che ebbe il coraggio di andare ad incontrare il rivoluzionario progressista Thomas Sankara e il suo impegno per le politiche sociali, di democratizzazione e di istruzione in uno dei Paesi più poveri del pianeta.
Da un punto di vista della dottrina socialista questo deve essere capace di comprendere, nello spirito della prima internazionale, che non si può dividere il mondo in “West and the Rest” perché è una concezione contraria e opposta allo spirito internazionalista che è il fondamento della sua teoria. La filosofa Hannah Arendt annotava proprio questo mentre rigettava in blocco qualsiasi idea di equiparazione tra nazifascismo e socialismo reale, ricordando come quest’ultimo è filosoficamente fondato sull’eguaglianza degli individui ed è pertanto libero dalle storture che eventuali regimi possono determinare.
Infine vorrei ricordare anche Willy Brandt a guida della SPD, del quale si parla sempre troppo poco. Fu il social democratico Willy Brandt ad avere, accanto ai comunisti italiani e quelli di Jugoslavia e Francia il grande ruolo di incontro tra Est e Ovest. Il suo inginocchiarsi a Varsavia in memoria delle vittime del nazifascismo ha avuto un grande significato simbolico, ed è anche il frutto da una grande sensibilità umana.

Crossmediale in lingua italiana sulle politiche delle istituzioni europee e dei governi dei paesi dell’Unione Europea

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