Hannah Arendt, teorica politica del 900, che ha posto al centro della sua teoria politica l’importanza dell’azione, del discorso e della pluralità umana.
Arendt ci insegna che la politica autentica nasce laddove gli individui, nella loro unicità e diversità, si incontrano per agire e parlare insieme. È proprio questo incontro, questa capacità di iniziare qualcosa di nuovo insieme agli altri, che costituisce il fondamento di ogni spazio pubblico e di ogni reale democrazia. A partire da queste idee, possiamo leggere l’esperienza europea come un laboratorio di pluralità, un progetto in continuo divenire dove il senso della politica non è dato una volta per tutte, ma si costruisce attraverso la partecipazione attiva dei cittadini.
L’uomo, a partire dal primo atto di cominciamento, ovverosia la nascita, è espressione di sé stesso, della sua unicità e conseguentemente diversità. Grazie alla nascita l’essere umano entra nel mondo, e definisce la sua prima azione, tale da permettergli di connettersi agli individui, tramite l’esercizio dell’agire. L’agire, messo in atto di concerto, ovvero in comunanza con gli altri individui, non potrà essere espressione di pluralità se non svolto insieme al discorso. Il discorso permette all’uomo di comunicare e non solo, di distinguersi e di esplicare con l’azione ciò che maggiormente lo rappresenta ed è frutto della sua attività, sempre in movimento. Se non ci fossero le relazioni tra gli uomini, allora non potrebbe dirsi esistente nemmeno il potere.
A differenza di quanto possa definirsi per l’opera o anche nel caso del lavoro, l’azione non è un’attività che può essere determinata nel totale isolamento. Difatti, determinare un’azione in totale isolamento, corrisponderebbe ad una effettiva mancanza della libertà d’agire, del soggetto attore. Così come, facendo riferimento ad un esempio, come la costruzione di un oggetto, quest’ultimo necessita per forza di elementi, di cose o di strumenti che siano utili alla sua affermazione nel mondo; lo stesso può dirsi per il discorso e per l’azione, i quali devono inevitabilmente darsi a vicenda (1).
Di conseguenza, seguendo questo stesso esempio, così come la costruzione di un prodotto necessita di una collocazione, che gli permetta di rapportarsi con l’esterno e di far sì che questo raggiunga le finalità per le quali è stato prodotto, anche il discorso e l’azione hanno bisogno insieme al linguaggio, cioè le relazioni con gli altri, per essere in perenne contatto (2).
Una problematica relativa all’azione, si rileva nel suo duplice significato, attribuito a seguito di due diverse definizioni che la lingua greca e latina gli hanno attribuito. Nel primo caso a quest’ultima viene identificata nel termine archein (3), con il significato di guidare, e sempre di origine greca con il termine prattein, con il significato di portare a termine, giungere a compimento. Mentre in latino, vengono tradotti, attraverso l’utilizzo di due verbi, sia di agere, guidare o promuovere, e sia di gerere, a cui è attribuito il senso di portare. A tal riguardo, dando un peso alle traduzioni qui citate, è come se l’azione stessa, fosse stata suddivisa in diversi stadi, prima individuati nell’atto del compimento, come un qualcosa che possa riferirsi principalmente ad un solo individuo, e poi anche nella sua conclusione, cioè nel suo portare a termine, nel finire un’attività, attraverso la risoluzione di tutte le fasi antecedenti. Nel corso della storia, l’utilizzo di questi termini fu non solo determinato in parallelo, alla rispettiva traduzione greca e latina, quindi per semplificare, prattein con gerere, e archein con agere, ma alle stesse venne attribuito un ruolo diverso. Mentre alla prima coppia di parole, venne riferito il significato ordinariamente attribuito all’azione, alla seconda coppia, a cui la traduzione riconduce l’inizio di questa, fu ascritto un senso speciale, cioè
con un’accezione particolare, recante il valore di condurre o anche governare. Fu così che si capovolsero i precedenti ordini di significati conferiti, distinguendo la funzione di essere in grado di governare come quella svolta da un capo, rispetto che l’esser governati, indice di un dovere dei soggetti a lui sottoposti (4).
Specificando ulteriormente questa ipotesi, si verifica la circostanza in cui c’è un soggetto che subisce e un individuo che subordina, quindi conseguentemente un governante e dei governati. Quindi, si potrà sempre discutere sia della presenza di un’azione che di una reazione, che seppur qualificata come una risposta ad un’azione già espressa, la reazione è pur sempre un’azione ex novo, che ha un’origine ben definita e che scaturirà i suoi effetti verso gli altri concittadini. A tal riguardo, sia le azioni che le reazioni, non sono limitate tra loro, si esprimono conseguentemente, in quanto connesse l’uno all’altra, ma non per questo, affinché si affermino, sono limitate dalla presenza di sole due persone (5). Questo esplicita, il motivo per cui l’agire sancisce costantemente i rapporti.
Infatti, l’azione in sé, ha una diretta propensione ad eliminare tutti i limiti eventualmente sussistenti in essa, attraverso l’annullamento di qualsiasi ostacolo e, la tendenziale creazione di relazioni reciproche tra i soggetti. Il filosofo Montesquieu, sosteneva che non era importante attenersi alle leggi, quanto alle azioni a cui queste fanno riferimento e si ispirano, di conseguenza, le leggi non rappresentavano altro che le relazioni presenti tra diversi individui (6).
Questa disposizione rappresentava una novità del tempo, in quanto la legge era sinonimo sia di unione tra i cittadini che di conseguente divisione o limitazione (7).
Nonostante, ci si ponga con una notevole sicurezza, nell’esporre le basi su cui i principi della legge si fondano, ovvero l’agire politico, non è ragionevole dire lo stesso dei vincoli con i quali la legge si interfaccia; avendo riguardo non solo a situazioni interne che quest’ultima sarà, in primo luogo, tenuta a gestire, ma anche alle molte eventualità, identificative delle imprevedibilità esterne, che la legge stessa, non potrà mai controllare definitivamente (8).
Si prenda ad esempio, il caso in cui un soggetto, proprietario di un immobile, decida di contornarlo con una recinzione, proprio per delimitare l’aria di sua spettanza ed evitare che persone o animali dall’esterno possano illegalmente introdurvi. Se paragonassimo le leggi alla gestione di un immobile da parte del suo proprietario, sarebbe facile cogliere una similitudine. Infatti, così come il proprietario non potrà impedire completamente che qualcuno dall’esterno scavalchi il recinto e superi i confini da lui stabiliti, allo stesso modo la legge, non sarà in grado di prevedere completamente gli imprevisti e i limiti che si verificano nello spazio politico (9). Quindi, anche se per sua natura l’azione ha l’incredibile attitudine di creare legami e stabilire relazioni, è evidente il riscontro di una problematica, a cui la stessa non può sottrarsi, la sua imprevedibilità. Anche l’azione, così come la legge, ha il limite dell’incerto, dell’evento imprevisto, che non solo raffigura l’insufficienza di questa, nel non essere in grado di calcolare tutte le conseguenze a sé collegate, come scaturenti da un gesto specifico, ma è un effetto, della storia stessa. La storia si sviluppa, subito dopo il verificarsi dell’atto, dato che l’atto in sé compiuto è determinato nel presente, nel momento immediatamente successivo al suo compimento, si tramanderà la sua storia (10).
Se con la costruzione di un’opera, il prodotto finale è valutato, subito dopo la sua creazione e già in anticipo, grazie al prototipo, fornito dal suo costruttore, l’azione, e il frutto di questa, non avrà mai luce nel momento del suo compimento, o della sua realizzazione finale, ma solo dopo che ci sia stato un trascorso storico specifico, che possa, nella maggior parte dei casi dopo la morte del suo autore, esporre le conseguenze negative e positive di quell’atto e le sue ripercussioni sui soggetti.
Di conseguenza, l’agire politico, si palesa solo a chi narra, con lo sguardo successivo di chi sta raccontando. I veri protagonisti dell’agire politico, non sono mai coinvolti nel racconto dell’azione da loro stessi prodotta, in quanto solo chi racconta, solo chi si fa portavoce degli accadimenti trascorsi, potrà dare adito ai contraccolpi dell’agire. Difatti è colui il quale racconta e, non il protagonista della storia, a comprendere e a fare la storia stessa (11).
L’azione è insieme con il discorso, un’attività che si svolge all’interno dello spazio collettivo, dando la possibilità all’individuo di distinguersi, non perché agisce con o contro gli altri individui, ma perché lo fa insieme agli altri. La persona non è semplicemente in grado di differenziarsi, rispetto alla massa, né tanto meno, con l’ingresso nello spazio pubblico, in grado di uscire dalla sua zona di confort, ma sarà in grado di fare molto di più, rappresenterà il frutto di un vero “esperimento di libertà”, che determina nuovi inizi e che definisce e fortifica la vita dell’uomo, qualificandosi così come fondante un potere sia indipendente che modificativo (12). Essendo l’esercizio della libertà, una conseguenza della pratica dell’azione, nello spazio pubblico, per cui ciascuno deve combattere, si potrebbe ipotizzare l’esistenza di un diritto primo fra tutti, cioè il diritto di avere diritti, inteso come primato per i diritti dell’umanità (13).
Quando si definisce l’essere-in-comune, si fa riferimento ad uno spazio condiviso dai più. Lo spazio condiviso non è individuato in quanto tale solo geograficamente, ma assume significato in quanto luogo, in cui più persone agiscono con un interesse comune. Difatti analizzando tale interpretazione non è possibile non partire, per poterne comprendere le tante sfaccettature, dallo studio del termine pubblico. Partendo da questo studio si individuano due significati, a questo termine associati, individuandosi seppur somiglianti, come non del tutto coincidenti. Primariamente si denota che tutto ciò che appare in pubblico, può essere ascoltato e visto da tutti ed inoltre, riceve
la massima pubblicità possibile, secondariamente il termine pubblico, si identifica con il mondo stesso, visto come spazio comune a tutti e distinto in relazione alla parte da ciascuno privatamente occupata. Suddetto spazio, non rileva come mondo naturale, non si riferisce alla terra e alle sue meraviglie, che danno adito allo sviluppo dell’essere umano, inteso nel suo sviluppo organico, esso è collegato, anzi, con il risultato di questo, il prodotto artificiale derivante dal lavoro umano.
Il pubblico si caratterizza non solo nell’affermazione delle cose artificialmente prodotte, quindi con il risultato materiale del movimento e della presenza umana, ma si specifica nei rapporti, da questo creati e nel concetto del vivere insieme nel mondo da questi generato (14). Vivere insieme significa, in poche parole, che c’è un mondo di cose tra le persone che le condividono, come ad esempio “Un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno” e la dimensione pubblica, in quanto comune “ci impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda” (15). In conclusione, il mondo può definirsi come ciò che accomuna e separa, contemporaneamente gli uomini che sono in relazione con esso, in effetti ciò che rende la società così complicata, alle volte, non è tanto la molteplicità di persone di cui questa è composta, ma piuttosto la sua non capacità di tenerle riunite e di metterle in relazione.
Se si prendono in considerazione determinate esperienze private o il vivere forti emozioni, quali le emozioni del cuore o le passioni, nel momento in cui vengono trasposte nello spazio pubblico, vengono de-individualizzate. La narrazione o l’arte, nello specifico tutte le forme d’arte, rappresentano i mezzi più idonei alla loro rappresentazione e, precisamente nell’attimo in cui ciò si verifica, quelle stesse cose, assumono una veste che rapportata alla loro immersione nella vita pubblica, prima non avevano e che, di conseguenza non avrebbero mai potuto acquisire (16). In effetti, la sensazione più intensa che conosciamo, se intesa come prevalente su ogni altra esperienza, è
l’esperienza del dolore fisico, in quanto quest’ultima è sia la più personale che la meno comunicabile di tutte. Non solo è l'unica esperienza che non possiamo mascherare in pubblico, ma mette davvero alla prova la nostra capacità di relazionarci con la realtà, tanto da far sì che, a differenza di altre esperienze, questa non venga dimenticata facilmente. Ovverosia, il dolore è un’esperienza che segna il confine tra la vita e la morte, vita intesa come “essere tra gli uomini” (17). L’essere tra gli uomini comporta l’esplicarsi di tante esperienze, tra le quali quella maggiormente praticata in pubblico è l’apparenza. La percezione dell’uomo nella realtà è concentrata in una sfera basata da apparenze, grazie a queste, tutte le cose emergono, si innalzano dalla precedente zona di ombra nelle quali erano nascoste e si proiettano verso la realtà della vita pubblica. Nonostante ciò, non è detto che tutte le cose appartenenti alla dimensione privata, riescano e debbano rischiararsi innanzi alla luce concessa dallo spazio pubblico, d'altronde solo ciò che viene considerato rilevante, che si reputi necessario sapere, viene incluso in questa categoria. Eppure, ciò che il pubblico considera irrilevante, può diventare così attraente da poter essere accettato come uno stile di vita, senza lasciare, di conseguenza, la sua affezione privata.
Nondimeno l’estensione di parti della sfera privata, come la passione o l’amore, all’interno dello stile di vita o del modo di vivere di un popolo, non ne determina in automatico l’ingresso all’interno del contesto pubblico, piuttosto ne risulta, da questo completamente sottratta. Sant’Agostino fu uno dei primi filosofi a concentrare i suoi studi sulle relazioni umane, legate dalla carità e non solo fondate sulla fraternità cristiana. Il legame di carattere familiare, forgiato dalla comunità cristiana, quale esplicazione massima della reciproca fraternità ne esalta la sua natura non pubblica. A tal proposito attraverso l’analisi del termine corpus rei publicae è possibile trarre il suo significato quale popolazione che abita una res-publicae, cioè uno specifico ambito pubblico, così come tradotto dal latino. Invero, questa espressione non è stata mai utilizzata in greco in senso politico. Uno dei primi ad utilizzare per la prima volta questa espressione fu San Paolo, nella lettera ai Corinzi, il quale affermò “Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo?” (18) .
Mentre gli scrittori del tempo mettevano in risalto l’egualità di tutti i membri, successivamente venne dato adito alle differenze tra questi, tra il corpo e le membra, attribuendo al primo il compito di direzione verso il secondo (19).
In conclusione, nel pensiero di Arendt essere cittadini attivi significa riconoscersi parte di un "corpo", per contribuire dinamicamente al bene comune. Lascia a Noi un percorso intellettuale nel quale questa consapevolezza si riflette nel concetto di cittadinanza, non più associata ad uno status passivo ma in un impegno costante e costruttivo.
NOTE: 1 H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano 2021, p. 206. - 2 Ibidem. - 3 Per ulteriori approfondimenti si veda il Capitolo primo, p. 33, 1.6 Il ruolo dell’azione nello spazio collettivo. - 4 Ibidem, p. 208. - 5 Ibidem. - 6 Montesquieu, “Lo spirito delle Leggi”, libri I-XIX, a cura di D. Felice, con la collaborazione di R. Minuti e di P. Venturelli, Bologna, 2013, libro I, cap. 1. - 7 ibidem - 8 H. Arendt, Vita activa, cit. 1, p. 209. - 9 Ibidem. - 10 Ibidem, p. 210. - 11 Cfr. H. Arendt, Vita activa, cit. 1, para. 26, “La fragilità delle cose umane”, p. 210.- 12 H. Arendt, Che cos’è la politica? trad. it. di Marina Bistolfi, a cura di Ursula Ludz, Prefazione di Kurt Sontheimer, Biblioteca Einaudi, Milano, 1995, p. 196.- 13 IL. Konderak, “Potere, legge, mondo: un’idea di cosmopolitismo attraverso una lettura Arendtiana”, in “Un’idea di cosmopolitismo nel pensiero di Hannah Arendt(?)”, Ethics & Politics, XXV, 2023, p. 48 - 14 Ibidem, p. 81. - 15 Ibidem - 16 Ibidem - 17 Ibidem, p. 79. --18 Prima lettera ai Corinzi 12:12-27 “Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra”. - 19 A.H. Chroust, The Corporate Idea in The Middle Ages, “Review of Politica”, vol. VIII, 1947. 95 M. Sordi, Scritti di storia greca, Vita e Pensiero, Milano, 2002, p. 31.
Federica Mercurio per @europolitiche.it *
* questo contributo non è un articolo giornalistico ma un saggio d'analisi sull'opera di Hannah Arendt




