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Il Mare che unisce: David Abulafia e il suo Mediterraneo

28-01-2026 20:39

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Il Mare che unisce: David Abulafia e il suo Mediterraneo

di Ernesto Ciampi - La scomparsa dello storico del Mediterraneo, i suoi insegnamenti di connessione e pluralismo culturale, monito per l'Europa contemporanea

David Abulafia non ci ha raccontato per anni la storia di un mare, ci ha fatto abitare intellettualmente il suo Mediterraneo. In prima persona Abulafia si è riconosciuto amante di questo intricato spazio di mondo, un amore durato nel tempo e che lo ha portato ad esplorare, ad interrogarsi e a scrivere per tutta la vita, cercando di restituire indietro qualcosa che questo mare ancora custodisce gelosamente. In tutti i suoi scritti, nelle sue lezioni, in ogni intervista concessa, il Mediterraneo compare e permane come un attore presente e mai come un mero oggetto di studio accademico: il mare è vivo, è incontrollabile ed è solcato da uomini costantemente in viaggio dall’alba dei tempi. Per Abulafia, il Mediterrraneo è sostanzialmente una cosa sola: una storia fatta di incontri, scambi e conflitti, mai un'isola, ma un arcipelago di popoli. 

Questo pensiero pervade profondamente i suoi scritti, in una linea coerente che parte dal celebre “I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500” (Laterza, 1999) (nella foto in basso) per continuare fino alle sue opere più vicine. Però è proprio in questo libro che Abulafia ci manifesta apertamente il suo amore più profondo e intellettuale per il Mediterraneo, lo vuole raccontare non come un fenomeno analizzabile, ma come una vicenda intimamente umana. Attraverso le sue parole abbiamo visto un mare vivo, controllato da varie civiltà ma mai dominato, uno spazio fatto da mercanti, navigatori, re, imperatori, pellegrini, schiavi e viaggiatori. Dal punto di visto storiografico questo dimostra un intento analitico molto chiaro. 

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Abulafia dialoga coi suoi maestri e predecessori, fonda il suo pensiero sul lavoro di Fernand Braudel, insieme a lui rivendica l’identità umana ancor prima che geografica della storia del Mediterraneo, ricercando approfonditamente le cause e conseguenze sociali e economiche dettate dai vari fenomeni umani accorsi nei secoli. 

Abulafia ci racconta di una mare che non divide ma unisce. Non vede una superficie intonsa ma una base instabile per strutture socio-culturali millenarie, uno spazio ibrido e comunicante che connette e non lascia il tempo di sedimentare che già si appresta a cambiare. Questa sua convinzione ripercorre tutti i contesti storici da lui studiati: dal Medioevo, alle città marinare, alla Sicilia di Federico II fino alla Spagna della Reconquista. Il Mediterraneo che troviamo, per esempio, nel suo “Il Grande mare. Storia del Mediterraneo” (Mondadori, 2013) (nella foto in basso) è un fitto intreccio di rapporti, dove identità, lingue e civiltà si toccano e si mescolano, trovando la loro definizione nello scambio non nella purezza. Quello che ci viene presentato è un mondo fatto di contaminazioni continue e costanti che rende vana ogni narrazione nazionale o monolitica.

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Non è una casualità se Abulafia sembra così attento al racconto delle minoranze, delle diaspore e delle rotte mercantili. Già dalla sua stessa esperienza familiare, legata al mondo sefardita e al ricordo della cacciata dalla Spagna, possiamo comprendere la sua umana sensibilità per racconti di migrazioni forzate e di ricostruzioni identitarie. Nella sua visione di storico studia il Mediterraneo come un contesto fatto di movimento e pluralità. Quando poi scrive “The Boundless Sea: A Human History of the Oceans” (Feltrinelli, 2019), decidendo di trattare la storia marittima a livello mondiale, non sta tradendo il Mediterraneo, lo sta solo osservando da una prospettiva più grande. Dimostrando ancora una volta come è in questo mare che l’umanità si è per prima espressa e sia cresciuta fino a conquistare il mondo, qui dove furono mossi i primi passi su una superficie liquida, instabile e sconosciuta, qui l’uomo per la prima volta nella storia si è scoperto esploratore e sognatore. 

Questo è ciò che ci ha lasciato David Abulafia: uno stupendo racconto fatto di uomini, ideali e mare. Un mare che non è mai stato di nessuno e che nessuno ha saputo ridurre a definizione costante, ma che possiamo solo scorgere in movimento, disegnato da scambi e condivisioni. 

In un’attualità dove il Mediterraneo sembra essere solo descritto come confine e barriera, è giusto e doverosa la memoria di persone come David Abulafia che ci ricordano come prima di ogni cosa il mare è un luogo di possibilità.    

 

Ernesto Ciampi per @europolitiche.it 


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